venerdì 23 novembre 2012

Il ragazzo con i pantaloni rosa



Ne hanno scritto i giornali, ne scrivono i blog, ne parliamo tra di noi, lo abbiamo ascoltato dalla televisione: il caso del ragazzo 15enne, che diamogli un nome per favore, si chiamava Davide.
Davide e le storie come le sue, che finiscono tra le botte, le derisioni e alla peggio, la morte, ne leggiamo spesso purtroppo. 
L'omofobia è una malattia. La transfobia è una malattia. Sono entrambe orribili, cattive, perfide, che logorano dentro a chi lo subisce. E' un'emergenza come scrive Vincenzo Branà sul suo profilo: "Una tragedia che ci fa sentire tutti incivili. Ci vuole una legge contro l'omofobia, al Parlamento spetta farla: ogni giorno che passa senza quella legge grida vergogna ai membri di Camera e Senato. Ma serve anche che si attivino gli enti locali creando osservatori sul bullismo e favorendo l'ingresso di progetti specifici nei piani dell'offerta formativa. Perché questi progetti - il Progetto scuola Cassero, ad esempio - nel 2012 camminano ancora sulle gambe del porta a porta, come se vendessimo il folletto o un qualsiasi capriccio da casalinga. Invece l'omofobia non è un capriccio, è un'emergenza." 

Ci vuole uno Stato civile che lavori per questo. Ci vuole che ognuno di quelli che stanno sulle poltrone o che sono in concorrenza per salirci abbia tra i primi punti del loro programma una legge contro l'omofobia e la transfobia. Maltrattare, offendere è comunque violenza e nessuno Stato, nessuna persona, può permettere che questo accada!!
Non possono permetterlo neanche i genitori, le insegnanti e gli insegnanti, i presidi e le preside, le persone, i commercianti e le commercianti, i datori di lavoro e le datrici di lavoro, i parenti, gli amici, i coinquilini, i colleghi e le colleghe. Nessuno al mondo può permettere che la violenza parlata, scritta e attuata nei confronti dell'omosessualità e della transessualità possa continuare! 
Non c'è violenza giustificabile. Non c'è giustificazione, mai!
Cosa deve succedere ancora perché si capisca? Quanti pride ancora dobbiamo sfilare? Quante lotte ancora dobbiamo combattere? Quanti maltrattamenti e mal di pancia dobbiamo sopportare? Quanti insulti e quanto ancora dobbiamo giustificare quello che siamo?

E non c'è niente, assolutamente niente di sbagliato nell'essere quello che siamo. Lo scrivo spesso e lo ripeto ancora di più. Essere noi stessi è la più grande libertà che un essere umano possa avere! Essere liberi di essere, liberamente, senza nessuna paura di farlo. 

L'omofobia è un'emergenza. La transfobia è un'emergenza. La violenza è sbagliata, qualsiasi.


Paola Rosi

mercoledì 7 novembre 2012

Due mamme e due papà

Essere una coppia omosessuale e voler diventare genitori non è certo cosa semplice. Leggendo nel web risposte e temi vari possiamo vedere come possa mancare una certa conoscenza sull'argomento e ci si basi solamente su sensazioni e frasi comuni.

Le domande maggiori che possiamo trovare non è tanto la possibilità o l'idea di un figlio, ma i danni psicologici che possono venire arrecati a quest'ultimi. La mancanza di informazioni e di dibattito su questo tema ci esclude quindi ad un confronto fatto su argomentazioni e ricerche reali. Personalmente non conosco coppie omosessuali con dei figli o con il progetto di formare una famiglia, ma ho cercato di approfondire il tema.

L'argomento non è certo semplice da affrontare ma cercherò di essere semplice.

Innanzitutto bisognerebbe tener presenti alcuni fattori: la società in cui ci troviamo a vivere, la paura della novità, le situazioni reali.
Nell'attuale periodo storico che stiamo vivendo la nostra società è diventata complessa e multipla: una maggiore autonomia personale, la voglia di realizzarsi nel lavoro, l'indipendenza maggiore delle donne, la possibilità di viaggiare, l'aumento della vita media con il relativo aumento dell'età media dei matrimoni e dei genitori, l'omosessualità dichiarata, internet: tutti fattori che hanno modificato, e stanno modificando, il nostro vivere quotidiano e le nostre scelte, diverse e più complesse di quelle di molti nostri genitori.
Tutti fattori nuovi che stiamo vivendo con una certa velocità, direi, che inevitabilmente portano con sé la paura della novità e del cambiamento che spesso tende a farci chiudere gli occhi di fronte alle situazioni limitando così riflessioni a riguardo. Per quanto riguarda l'ultimo fattore, il numero ristretto di situazioni reali sia di matrimoni gay sia di genitori omosessuali, limita la conoscenza dei fatti: è necessario che la gente veda e capisca.

Le famiglie omosessuali sono dati di fatto e sono fatti che mettono in discussione i nostri fondamenti e le nostre idee di famiglia e di genitori. Si va ad intaccare, e si evolve, l'idea che per centinaia di anni ha condizionato e definito la nostra società. Le coppie omosessuali non negano l'esistenza differenziata del femminile e del maschile ma rifiutano di assumerla quale unico fondamento del desiderio, della sessualità, della famiglia, dell'alleanza e della filiazione.
Essere genitori non significa soltanto averci messo al mondo o mettere al mondo: la genitorialità non si esaurisce solamente con la parte biologica ma è anche l'affetto, l'educazione, che fa di un genitore un Genitore.
Il senso di maternità o di paternità è parte di un atteggiamento e di un sentimento naturale che si sviluppa, bene o male, in ognuno di noi: uomini, donne, omosessuali, eterosessuali. Fare un figlio e metter su famiglia è un atteggiamento di autorealizzazione di una persona o di una coppia e decidere di farlo è sempre una scelta importante per moltissimi motivi: una coppia omosessuale che desidera avere un figlio ha dalla sua una riflessione più accurata e attenta dal punto di vista psicologico, di solidità della coppia, dal punto di vista giuridico, dal punto di vista sociale che tale decisione può comportare.
I genitori omosessuali tengono presente, per quel senso appunto di maternità e paternità nei confronti dei nascituri, la possibile mancanza di una figura maschile o femminile all'interno della famiglia che vanno a creare: questo non è da dimenticarsi, fa parte della sfera di responsabilità che la scelta porta con sé. 
La mancanza di questa figura, secondo il libro di Anne Cadoret, “Genitori come gli altri”, viene colmata con la decisione da parte della coppia di includere nella loro nuova famiglia sia i parenti prossimi: nonni, fratelli e sorelle, sia padrini e madrine che andranno ad assumere un ruolo partecipe e presente nella vita del nascituro. Cosa vuol dire: questo indica che la coppia desidera che il bambino abbia nella propria vita modelli di riferimento maschili e femminili per immaginarsi da adulto ed indica, da solo, una certa consapevolezza della necessità di fornire modelli paterni e materni di riferimento utili alla crescita del bambino che arriverà.
Secondo il libro, infatti, il nostro vissuto è correlato da una serie di figure maschili e femminili vicine a noi che, nel corso della nostra vita, ci hanno condizionato in qualche modo e che ci hanno aiutato ad essere quello che noi siamo; troviamo insegnanti, amici, adulti vari, tate e zii. Ed i nostri genitori che ci hanno certamente fornito con il tempo certi modelli da seguire e attraverso cui ci siamo immaginati grandi. Esistono quindi un insieme di persone esterne alla nostra famiglia che hanno contribuito a farci crescere esterne al nostro diretto nucleo familiare.


E il bambino? Ecco la domanda che spesso troviamo. Come sta il bambino che cresce in un ambiente omosessuale con due mamme o due papà?
Per tale risposta ho cercato e trovato su internet una dichiarazione dell''American Psychological Association che dice:

non esiste alcuna prova scientifica che l'essere dei buoni genitori sia connesso all'orientamento sessuale dei genitori medesimi: genitori dello stesso sesso hanno la stessa probabilità di quelli eterosessuali di fornire ai loro figli un ambiente di crescita sano e favorevole. La ricerca ha dimostrato che la stabilità, lo sviluppo e la salute psicologica dei bambini non ha collegamento con l'orientamento sessuale dei genitori, e che i bambini allevati da coppie gay e lesbiche hanno la stessa probabilità di crescere bene quanto quelli allevati da coppie eterosessuali.

Inutile dire che le ricerche parlano da sole. Un bambino che cresce in una famiglia omosessuale non sarà esterno alla società ma ne farà parte come tutti gli altri bambini. Non gli mancheranno figure maschili o femminili nella loro vita proprio per quella spiegazione che abbiamo dato. Non saranno loro ad escludersi dalla società e non credo neanche che la società tenderà ad escluderli.

Credo che potremmo stupirci dell'apertura del contesto che abbiamo intorno. Tendo a generalizzare? Probabile. Esistono situazioni chiuse? Certo, esistono. Come esistono situazioni chiuse sull'aborto, sull'eutanasia, sull'immigrazione, e così via. Sarà per una certa tendenza personale a vedere il bicchiere sempre mezzo pieno e mai mezzo vuoto ed è proprio per questo che credo proprio che la possibilità per una coppia omosessuale di avere dei figli e formare una famiglia sia del tutto naturale, giusta e comprensibile per i motivi che ho scritto sopra.

Per approfondire meglio il discorso vi segnalo il libro di Anne Cadoret e due link internet.

Link utili_
Anne Cadoret – Genitori come gli altri – omosessualità e genitorialità, Universale Economica Feltrinelli, 2008 
Associazione Genitori Omosessuali - http://www.famigliearcobaleno.org/



Paola Rosi

giovedì 3 maggio 2012

Do You Pride?

Forse qualcuno se lo sarà domandato, giustamente, che cosa ci facessimo io e Daniele (e ogni tanto con qualche RT Dino) sempre con il cellulare in mano pensando, sempre giustamente, che potevamo anche starcene a casa se volevamo fare gli asociali! Non stavamo flirtando con nessuno e nessuna, ma stavamo scrivendo in fretta e furia una storia.. quella che ci stavate raccontando voi!



Stasera l'incontro dei Giovani Cassero era intitolato Do You Pride? dalla frase che ormai è diventata la battuta di entrata del Gruppo PeopAll, il gruppo dei volontari e delle volontarie del Bologna Pride 2012! All'incontro erano presenti con noi Ambra Guarnieri e Flavia Madaschi che hanno riso e fatto da giuria, che hanno risposto alle domande e ne hanno fatte. Si parlava di pride, del Bologna Pride, del valore dell'evento, di cosa sia: stavamo cercando di sciogliere una matassa intorno a dei temi importanti visto l'avvicinarsi del 9 giugno! Siamo partiti come al solito con la nostra presentazione e con le domande: siete mai stati ad un pride? Se sì quale? Parteciperete al Bologna Pride del 9 giugno?

Mi chiamo Paola, ho 24 anni e non sono mai stata ad un pride. Sì, sarò al Bologna Pride di quest'anno il 9 giugno.

Dalle risposte, la mia compresa, poco più della metà dei prensenti non aveva mai partecipato ad un pride e certo parteciperà in un modo o nell'altro a quello di Bologna. Ma nonostante questo le domande sono state molte e vaste: segno del fatto che forse non se ne è parlato abbastanza .. non tanto del Bologna Pride quanto del pride in generale.


Siamo partiti allora percorrendo il classico filo rosso della storia, a ritroso: Irene ha proposto delle domande durante il primo gioco (il Cassero si è trasformato così nel palco di Giochi Senza Frontiere) che ci riportavano un po' alla storia del pride in Italia. Facciamo un piccolo passo indietro e arriviamo addirittura al 1972, anno in cui ci fu a Sanremo, la prima manifestazione pubblica di omosessuali in Italia in protesta contro il "Congresso internazionale sulle devianze sessuali" organizzato dal Centro italiano di Sessuologia; alla manifestazione parteciparono una quarantina di persone. Successivamente, nel 1978 furono organizzati a Torino i primi eventi specificamente correlati alle celebrazioni internazionali del gay pride: il sesto congresso del Fuori! ed una settimana del film omosessuale, tra il 19 ed il 25 giugno dello stesso anno. Nel 1979 a Pisa venne organizzato il primo corteo in Italia contro le violenze subite da persone omosessuali a seguito di episodi di violenza contro omosessuali frequenti che si svolsero il 24 novembre e a cui parteciparono circa 500 gay e lesbiche alla manifestazione: manifestazione che rimase la più partecipata fino al 1994 anno del primo vero ed ufficiale Pride Nazionale che si svolse il 28 giugno a Roma. La marcia vide la partecipazione di oltre diecimila persone, un enorme successo che che confermò la giustezza dell'approccio unitario. Successivamente l'esperienza fu ripetuta a Bologna, nel 1995 e a Napoli l'anno dopo, nel 1996. Ma dopo questi primi tre pride ben riusciti, nel 1997 iniziarono i problemi che portarono, alla fine, a due Pride Nazionali nello stesso anno: Roma e Venezia. La divisione fu per un motivo tutto interno al movimento che vedeva, da una parte una fazione anti-Arcigay, dall'altra invece l'Arcigay stessa. Una rottura interna che  ricadde all'esterno, nel contesto: i due pride, infatti, complessivamente non raggiunsero il successo dei primi tre pride nazionali. Una situazione questa che si ripeté nell'anno del Giubileo con due differenti Pride Nazionali: uno a Como e uno a Roma. Così andò avanti fino al World Pride del 2000, anno in cui il movimento, che si stava sgretolando dall'interno, iniziò a riprendere forma e a diventare di nuovo unito tanto da raggiungere un'affluenza stimata intorno al mezzo milione di persone! Situazione che si ripeté anche al Pride Nazionale del 17 giugno 2007 e ... e adesso eccoci qua a Bologna.
Ma prima di arrivare a noi, di colpo un altro salto indietro, importante: Stonewall!
Conosciuti come i moti o la rivolta di Stonewall, Stonewall Inn era un locale gay in Christopher Street nel Greenwich Village a New York che fu scenario di una serie di violenti scontri tra la polizia cittadina e gli omosessuali e i transessuali, scrontri che sfociarono in una rivolta la notte del 28 giugno del 1969 quando, durante un'ennesima irruzione la donna transessuale Sylvia Rivera con una bottigliata in testa ad un poliziotto, ha dato il via a quella che sarebbe stata una rivolta importante per il movimento, ed un orgoglio, ed un alzare la testa, della fine degli anni 60. Il 28 giugno è stato scelto dal movimento LGBT come data della "giornata mondiale dell'orgoglio LGBT" o "Gay pride" o come giustamente osservato: "Pride".

 


Così dalla storia torniamo ai giochi creativi con colori e fogli. Il gioco successivo sarebbe stato quello di immaginare il carro del Cassero e la colonna sonora proprio per il 9 giugno. Le idee sono state molto colorate, molto divertenti, di sicuro creative. I carri erano creativi, erano colorati, così come le colonne sonore di cui ho preferito la scelta del primo gruppo: True Color di Cindy Lauper.

Dopo i giochi, lo svago, siamo entrati nel vivo della questione: “parliamo di pride”.
Il tema evidentemente più scottante, o che comunque ha suscitato abbastanza seguito, riguarda il Bologna Pride del 2008 e in particolare l'attenzione si è soffermata sulla presenza del carro del Decadence. Da lì le domande si sono susseguite senza sosta sempre toccando il tema dell'importanza, o meno, del pride: la parata conclusiva, ha un significato?



Siamo partiti dalle basi, ed è giusto così: nessuno ci ha mai insegnato cos'è un pride. Come giustamente ha iniziato a rispondere Flavia, il pride è l'evento conclusivo di un programma più ampio e più vasto, che è partito il 14 aprile, e che racchiude una serie di interventi, incontri, convegni, festival, che parlano del movimento LGTB. La parata è sì una festa: conclusiva di un lavoro precedente di mesi! Purtroppo questo, il vasto programma di appuntamenti ufficiali, non è conosciuto, non è alla portata anche fisica di tutti, è vero (chi viene da fuori è limitato, chi lavora può essere limitato) ma purtroppo non se ne parla. Quindi, come diceva giustamente sempre Flavia: sì, la parata finale è una festa. Ma non è solo la parata finale ad essere un qualcosa di importante, che deve portare un significato: chi fa attivismo, come diceva Ambra, il pride lo vive 365 giorni l'anno: non è solo con la parata che si possono risolvere problemi, affrontare tematiche, cercare diritti.
Il pride, quindi, è un evento che fa da evento: ha come scopo quello di far parlare di sé.
Riguardo i carri qualcuno parlava di limiti e di come la parata non dovesse trasformarsi in qualcosa di esagerato. La risposta ha girato un attimo intorno andando, prima di tutto, a riflettere sul concetto di limiti: Ambra ricorda la campagna pubblicitaria ad ora in corso del pride di Bologna. Nella campagna è stato puntato il dito sul fatto che: tutto è partito con l'orgoglio (che poi è il termine con cui generalmente si traduce pride) e tra i temi portati avanti non c'è solo il movimento omosessuale, ma alcuni dei casi dove l'orgoglio l'ha fatta da padrone ed ha "dato la forza per alzare la testa e oltrepassare dei limiti". Ambra ricorda Rosa Parks che ha oltrepassato il limite rifiutandosi di cedere il posto ad un bianco dando così il via al boicottaggio degli autobus di Montgomery: andò in prigione.
Il limite lo hanno superato coloro che si sono decise di scendere in piazza nel 1977 per far valere i proprio diritti di donne. Il limite lo hanno superato coloro che nel 1982 hanno messo il loro piede nel Cassero per la prima volta a nel 1982, in una sede pubblica. E così via, tanti altri i casi. Questi sono alcuni di quelli che venivano considerati limiti e che sono stati superati, allora i limiti che abbiamo ora quali sono? E sono giusti? Sono giustificabili? Il concetto era che porre dei limiti ha sempre dato sicurezza all'uomo, gli permetteva di controllare quanto c'era intorno, al tempo stesso però ci sono confini che devono essere oltrepassati perché, credo, chi definisce i confini è sempre un insieme di persone che compongono una società e che valutano tali confini come strumento di sicurezza e che spesso fa chiudere loro gli occhi di fronte a quello che poi .. esiste!


Come poi aggiungeva Flavia, porre dei limi è difficile e complicato, anche parlando di carri. Ognuno è libero di manifestare come desidera: vestito in un certo modo piuttosto che in un altro, con dei pantaloni o con dei tacchi. Possiamo tranquillamente dire che non ci piace, ma è soggettivo e non si può vietare (fermo restando, finché non andrà a ledere gli altri). 

La domanda ad un certo punto è scaturita naturale, presi da tutte queste domande, e cioè: "cosa vi aspettate voi dal pride?".
Qualcuno ha risposto: il coinvolgimento della città, la libertà di mostrarsi, il non nascondersi dietro un dito, la possibilità io, in quanto persona, in quanto Tizio, di manifestare quello che sono in un giorno in cui sono insieme ad altri singole persone che manifestato e si mostrano per quello che sono tutte insieme, tutte sulla stessa  strada, tutti per motivi personali e politici differenti (che per le famiglie, chi per il lavoro, chi per sé) ma che sono motivi che ci accomunano. Ale ha detto una cosa molto bella e cioè che bisogna essere orgogliosi di essere diversi, differenti. Che questa è la nostra forza e anche la bellezza di quello che siamo. La diversità deve essere, ed è, un valore. Ed è questo quello che scende nelle strade: i colori sono diversi ma messi insieme fanno un arcobaleno ed è bello, ed è anche la bandiera del movimento.



Una cosa poi da puntualizzare naturalmente e che giustamente qualcuno ha tirato fuori come argomento: c'è ancora la brutta abitudine a chiamarlo Gay Pride, il che includerebbe già a priori una chiusura (un limite?) verso tutto il resto che c'è e che è presente.
Già da qualche anno ormai si chiama soltanto Pride, ed è importante far capire agli altri che quello che avviene non è il Gay Pride, ma solamente il Pride.
E che riguarda tutti.
E che non è solo dei gay.
E che con gay si tende ad escludere tutti i restanti spicchi di una girandola.


Così come per le tematiche e i temi che riguardano il movimento LGTB, semplicemente quello che siamo, molti di quelli che ci sono intorno hanno posto come confine il limite del proprio orto e per insicurezza e paura non tendono a guardare fuori. Allora in questo caso è proprio necessario educare e parlare: parlare di Pride e non di Gay Pride, parlare di Limiti, di Valori, di Orgoglio. Parlarne tra di noi per capire.
Quello che i media passano è purtroppo, e soltanto, una fetta di tutto quello che c'è intorno: lo sappiamo!
Prenderanno forse alcune foto del Pride ma non tutte, parleranno di Gay Pride e non di Bologna Pride, ma va bene. L'importante è che noi per primi sappiamo di cosa stiamo parlando e saremo alla parata il 9 giugno essendo noi stessi. Non è necessario abbracciare ogni idea di un movimento: non tutti quelli che ci saranno vedranno allo stesso modo tutte le cose: ognuno manifesta per quello in cui crede, qualcuno semplicemente è presente per sé o per supporto ad altri.

L'importante è esserci e sapere dove siamo.



Per il resto dei twitt che abbiamo fatto l'altra sera, seguite questo link!


Paola Rosi

mercoledì 11 aprile 2012

Dallo stereotipo al pregiudizio alla discriminazione: come ridurre il processo? (parte 2)


Educare e ridurre il pregiudizio

Rifacendosi sempre al testo di Luca Pietrantoni, come ho fatto anche nell'articolo precedente, vediamo come l'autore dedica un capitolo all'educazione e alla riduzione del pregiudizio. Come precedentemente citato, attraverso un contatto con persone o gruppi considerati discriminati, il giudizio e il pregiudizio vengono a modificarsi e eliminarsi.

Un atteggiamento comune che credo, considerando buona parte delle persone come individui capaci di comprendere la necessità di una conoscenza e condivisione di tematiche ed informazioni, sia capitato proprio a tutti: abbiamo i nostri stereotipi e pregiudizi ma nel momento in cui (vuoi un caso vuoi un altro) entriamo in contatto con questi gruppi sociali e li conosciamo i nostri pregiudizi possono venire a modificarsi o semplicemente si riconoscono come tali.

Lo stereotipo, come sappiamo, è difficile da sradicare ma si può modificare attraverso tre modalità o modelli:

- modello della contabilità: attraverso una conoscenza personale di situazioni che vanno a modificare o a non provare l'esistenza dello stereotipo. Un esempio: conosco molte bionde e vi assicuro che non sono tutte stupide, in questo caso il mio pregiudizio è sbagliato;

- modello di conversione: quando avviene un unico improvviso modo in seguito ad un'unica informazione convincente che contraddice lo stereotipo: ho diverse amiche che sanno guidare un'auto e conosco molti ragazzi che hanno fatto più incidenti di me;

- modello della sottopizzazione: avviene quando una persona entra all'interno di un gruppo stereotipizzato e scopre che in realtà lo stereotipo non può essere generalizzato esistendo, infatti, differenti persone e differenti caratteri. Tale persona crea quindi dei sottogruppi di stereotipi, ad esempio: non tutte le lesbiche hanno i capelli corti, alcune sono molto femminili e attraenti, non tutte odiano gli uomini. Quest'ultimo modello non va a sradicare lo stereotipo, si creano dei piccoli sotto stereotipi, ma comunque avviene un cambiamento!

Ora, come è possibile eliminare un pregiudizio? Attraverso una conoscenza di gruppi di persone facenti parte di uno stereotipo unico e alla possibile relazione che si crea, si può modificare nell'individuo lo stereotipo. Non tutti gli studiosi però la pensano allo stesso modo: secondo alcuni infatti, la conoscenza di un solo individuo o di pochi individui, non va a modificare lo stereotipo e il pregiudizio nei confronti di quel gruppo di appartenenza. Così succede che lo stereotipo va a modificarsi solamente per le persone conosciute e rimane intatto per il rimanente gruppo sociale. Se una persona, che ha dei pregiudizi nei confronti degli omosessuali, mi conosce attraverso altre dinamiche e modifica il suo pregiudizio nei miei confronti, non è detto che questo pregiudizio si sia modificato per tutto il resto degli altri individui. Complesso ma effettivamente reale.

Ma come possiamo creare davvero qualche spiraglio? Quali le strategie, gli atteggiamenti, da porre in essere? Come creare messaggi efficaci e funzionali di comunicazione?

All'inizio dell'articolo avevo pensato di riportarvi passo passo tutti gli approcci. Sono interessanti, non c'è che dire, ma sono anche impegnativi. Sono tanti ma si basano tutti su alcuni concetti fondamentali che vi riporto e che credo sia importante tenere alla mente.

La modifica dell'atteggiamento omofobo, la diminuzione del pregiudizio e degli stereotipi passano tutti da alcune stazioni importanti. L'invisibilità in cui il singolo individuo si trova per motivi personali e validi (perché soggettivi) a dover vivere nell'ambiente familiare o in quello lavorativo o in quello sociale, porta inevitabilmente ad una chiusura da parte del mondo esterno che considera ciò che viene tenuto nascosto come una paura, in questo caso l'omosessualità. Come scritto nella recensione dell'incontro "si nasce o si diventa", siamo persone che crescono all'interno di determinati parametri e tradizioni che ci condizionano inevitabilmente. Queste tradizioni fanno sì che noi stessi rimaniamo convinti che ciò che siamo possa essere un disagio per gli altri (premesso, generalizzo per riportare il concetto). In questo modo si attua un circolo attraverso cui l'invisibilità ci rende più forti da possibili attacchi esterni riguardo le nostre preferenze omosessuali.

Cosa voglio dire. Finché ciò che esiste rimane nascosto, invisibile, allora rimane come qualcosa di sbagliato e che deve rimanere all'oscuro agli occhi degli altri. Finché la parola "omosessuale" viene pronunciata a tono basso come se si avesse paura di andare a violare un pubblico pudore, allora non potremmo mai arrivare al momento in cui non sarà più necessario dover fare coming out e fare il nostro, scusate la battuta, ingresso in società senza troppi giri di parole.

Azioni, banchetti, aperitivi, festival, pride, seminari, incontri, serate e quant'altro, che le associazioni organizzano e mettono in essere nella società vengono create proprio allo scopo di mettere a conoscenza di terzi quello che esiste e che è. Parlare di famiglie omosessuali, di matrimoni omosessuali, di coppie omosessuali, di persone omosessuali, quindi parlare ed essere semplicemente, aiuta il mondo esterno a relazionarsi sempre in modo migliore o comunque partecipe a qualcosa che c'è e che ha intorno.

Attraverso la conoscenza di singole persone, di gruppi sociali, di attività, aiutiamo chi non conosce, chi ha paura, chi vive all'interno di pregiudizi e stereotipi, a parlare convivere essere coinvolto in quello che fino ad allora ha invece evitato. Attraverso semplicemente, quindi, una comunicazione.

Ecco. Ecco è tutto qua. Non è semplice, siam sinceri. Non è facile. Non è così spontaneo talvolta. Ma semplicemente fare qualcosa è importante. Semplicemente mettere la spilletta del Bologna Pride addosso. O condividere un articolo. O parlare di certe tematiche. E non deve farlo solo chi si sente partecipe e all'interno del gruppo sociale, ma tutti.

Non è certo semplice attuare dal nulla tutti questi atteggiamenti. Ma non deve essere neanche semplice una chiusura a riccio. Siamo noi i creatori del nostro mondo e del mondo che ci è intorno. Per questo motivo la comunicazione, l'attuazione delle cosiddette strategie sono lo strumento adatto a realizzare quella consapevolezza sociale, di massa, comune, chiamatela come preferite. Il concetto è che se gli altri non conoscono ne hanno paura.


Paola Rosi

giovedì 22 marzo 2012

Se il vostro ragazzo o la vostra ragazza andasse con un delfino, ne sareste gelosi?


L'argomento dell'ultimo incontro è stato molto interessante e per evitare di perdere pezzi, ho pensato di riportare, il più possibile, l'incontro dal vivo. Seduta sotto una colonna o appoggiata al bancone del bar, ho seguito interessata il succedersi del flusso delle parole dei presenti (quaranta pensieri e più!). L'argomento dell'incontro era: I mille volti della relazione: coppie aperte ed esclusive, ménage à trois, relazioni a distanza, marito e moglie, fidanzatini, coppie di fatto e coppie tradizionali.

Il tema è stato molto sentito, molto discusso e molto simpatico da affrontare!

Voi che storia relazionale amorosa o sessuale avete in questo momento? E nel passato cosa avete passato? Quale adrenalina è passata per il vostro corpo?


Ma andiamo per punti, seguendo il succedersi dell'incontro.

Come di consueto è stato chiesto quale parola potesse venire alla mente pensando, appunto, alle relazioni, ve le riporto:

rispetto, fiducia, condivisione e l'aggettivo insieme, passione, intimità, passione, impegno, condivisione, libertà, compromesso, affetto, fedeltà, rapporto, affettività, bisogno di stare insieme, disimpegno, conoscenza, felicità, quotidianità, macchinetta del caffè per tre, ascolto, dolcezza, fedeltà, equilibrio, eccitazione, empatia, divertimento, sesso, illusione, bellezza, gioco, complicità, mantenimento dell'individualità personale, amicizia, crescita, comunicazione, amore vero, sopportazione, pazienza.

Ogni parola veniva fuori dall'esperienza personale di ciascuno, da quello che ognuno ha avuto modo di vivere nelle sue relazioni. Nelle sue avventure e nelle storie (cosiddette) serie; nelle sue notti folli e nelle domeniche quotidiane; nelle paranoie del giorno dopo e di quelle da finita la storia; dal sesso sfrenato all'atto amoroso sotto le coperte; dalla pancia con le farfalle alla rabbia con i pianti. Dalla noia e la rottura fino invece al condivisione di tutto.

Ogni relazione dipendeva dal proprio vissuto, ogni storia da quello che si è cercato o che si cerca.

Lo step successivo era la divisone in gruppi.


Ci siamo divisi, ci siamo cercati con gli sguardi, con gli ammiccamenti, senza parlare perché questo era il gioco. Sulle schiene dei fogliettini indicavano le cinque tipologie di relazione prese in esame: coppia sposata, coppia “tradizionale”, ménages à trois, coppia aperta, amore platonico. Abbiamo forse flirtato tra di noi, per qualche istante, tutti con tutti. Ci siamo presi per mano e guidati verso quella che, per quella sera, sarebbe stata la nostra tipologia di coppia!

Ma quante ne esistono oltre queste cinque? Come non contare le troppie (che io, sono sincera, non ho ben compreso), i trombamici (non per esser volgare ma, son coppie pure quelle, qualcuno le ha vissute, qualcun altro le desidera), e le coppie virtuali! Quelle nate su facebook, twitter, whatsapp, skype, online. Di tante, tante tipologie, in tanti modi diversi può essere una coppia.

Successivamente è stato chiesto ai gruppi di associare, a seconda della tipologia di coppia rappresentata, le parole venute alla mente dall'intero gruppo. Vi riporto quanto detto.

Amore platonico: sfigati, eccitazione, bellezza, partecipazione, rispetto, fiducia, empatia, amore, intimità (con noi stessi), impegno, libertà, affetto, illusione (tantissima, aggiungono), sopportazione (di tutto), fedeltà, rapporto (una qualsiasi forma di rapporto, basta parlare con qualcuno), bisogno di stare insieme (irrisolto ma c'è), conoscenza, ascolto, crescita (spirituale, sicuro), comunicazione.

Coppia aperta: equilibrio, eccitazione, responsabilità (sessuale, alla fine in una coppia aperta vai con più persone), condivisione, verità, passione, amore (dipende da quello che si vuole), divertimento (molto!!! Aggiungono, giustamente), libertà, compromesso, sesso (altrimenti perché), affettività gioco, bisogno di stare insieme, amicizia, individualità.

Ménage à trois: equilibrio, relazione, eccitazione, bellezza, condivisione, passione, intimità, divertimento, libertà, sesso, illusione, gioco (il senso del manages), complicità, rapporto, fedeltà, amicizia, affetto.

Coppia tradizionale: interazione, eccitazione, bellezza, rispetto, fiducia, responsabilità, condivisone, comunione, insieme, empatia (perché ci preoccupiamo l'uno dell'altro), verità, passione, amore, intimità, divertimento, libertà, noia e controllo qualcuno ha aggiunto, compromessi (necessari?), sesso, affettività, illusione, individualità, sopportazione, fedeltà, rapporto, conoscenza, sesso, amicizia, crescita e comunicazione. Pare quasi che ce l'abbian tutte!

Coppia sposata: equilibrio, interazione, rispetto, fiducia, responsabilità, condivisione, empatia, insieme, verità, passione, amore, comunione, impegno, divertimento (“giochiamo a briscola con gli amici il giovedì”) compromesso, sesso, gioco, affetto, affettività, complicità, sopportazione, fedeltà, rapporto, conoscenza, bisogno di stare insieme, quotidianità, ascolto, comunicazione, crescita.

Dopo queste battute, le risate, i contrari e i favorevoli, la discussione finale è stata spostata su un argomento che Irene ha portato all'attenzione. Secondo alcuni articoli (tre quelli presi in considerazione) su tre diversi giornali si riportava che: il futuro dell'amore tra gli essere umani sarebbero state le coppie aperte. La discussione si è andata accendendo. Ognuno vedeva la coppia aperta non come una necessità, ma come una cosa che poteva accadere se di comune accordo. Una scelta di coppia. Una conseguenza. Uno sbaglio anche.

Riflettendoci adesso mi viene da dire che la coppia aperta potrebbe essere la conseguenza o anche la soluzione che una coppia “tradizionale” o sposata mette in atto per evitare una separazione proprio a causa della grande quotidianità e della noia raggiunta.

Forse non più innamorati o innamorate. Forse annoiati o annoiate dal solito tram tram. Forse anche per riaccendere la scintilla di gelosia che l'abitudine ha cancellato o nascosto (e che ogni tanto fa anche bene). >Spesso capita che in una coppia annoiata uno dei due decida di tradire l'altro. Penso che il tradimento sia peggiore della coppia aperta anche se più eccitante! Capita così che alla fine non si è più una coppia aperta ma bensì una coppia distrutta e cornuta! Diciamocelo, se di comune accordo, la coppia aperta potrebbe essere davvero una soluzione!


Ora, precisiamo, le mie storie relazionali non sono mai state fisse, spesso confuse. Personalmente però sono per la cosiddetta “coppia tradizionale”: fare la spesa per due, passare la domenica in compagnia, passeggiate, serate con gli amici, anche una certa solitudine consapevole (necessaria aggiungo), quotidianità e anche un po' di noia che talvolta può accadere, lavare la macchina al sabato, fare il caffè al mattino, qualcuno da abbracciare la notte, litigare e fare l'amore subito dopo.

E poi un giorno forse, creare una coppia sposata! Dopo potrebbe anche accadere di essere una coppia aperta, non si può mai sapere nella vita!

Ognuno cerca quello che desidera e quando si incontra la persona giusta è perché c'è affinità, empatia, amore, divertimento e perché si cercano le stesse cose. Col tempo si creano le stesse priorità, si fanno progetti, si crea, ci si crea, ci si costruisce in felicità. Qualche volta a tratti, qualche volta di continuo. Però si è, insieme! Con l'anima gemella, con il proprio principe azzurro o principessa azzurra.

Da piccola, e anche dopo, mi hanno sempre detto di accontentarmi nello scegliere la mia anima gemella. Sinceramente non mi accontento! Non bisognerebbe accontentarsi se si vuole essere felici e sereni. Se la serenità, per un periodo, passa da una coppia aperta consapevole e consenziente, così sia! A mio parere gli articoli parlavano della coppia aperta come soluzione del futuro perché ad ora esistono troppe coppie cornute, infelici e nascoste! Se nel futuro impareremo a parlarci come coppia e a cercare, sempre come coppia, una certa felicità, forse salteremo tutti questi passaggi.

Premesso che, sono ipotesi! Che è una generalizzazione. Che ognuno la viva come desidera, non esiste un solo modo di stare insieme, è questione di gusti, è stato detto.

In conclusione, un po' ridendo, mi vien da dire: meglio una coppia aperta che una coppia infelice. Poi, come scritto precedentemente, non si sa mai nella vita!


La serata si è conclusa con una domanda simpatica di Jack: “e se il vostro ragazzo o la vostra ragazza andasse con un delfino sareste gelosi?” - “Dipende.. il delfino è innamorato?”


Paola Rosi